Beneficenza d'Autore
 
L'artista del mese | Andrea Mingardi
di Sergio Frascari

Quando sono arrivato sulla cima della montagna, alla fine di una strada stretta e un po' tortuosa, ho avuto la chiara e netta sensazione di entrare in un luogo carico di fascino e di sorprese. Andrea Mingardi vive lì, come si conviene ad un "vulcano". L'ho capito subito e, infatti, alla fine dell'intervista la sua energia mi aveva contagiato.

Una quercia gigante domina incontrastata in mezzo al prato del giardino; ci sono due lupi meticci, una spider MG coperta da un telo, un gatto "privilegiato" comodamente sdraiato su una poltrona ed una capretta. Il nostro cordiale padrone di casa, in pantaloncini e maglietta (niente di meglio per farti sentire a tuo agio), mi fa visitare la sua dimora: conosco Beba, la sua compagna dal sorriso solare, poi l'amico Maurizio, paziente tecnico del suono che in sala prove ci saluta cordialmente. Andrea ha costruito lo spazio musica-rumore lontano dalla casa, giù di sotto, mentre per dipingere e scolpire ha scelto la zona più bella e tranquilla, proprio a fianco della piscina, ancora coperta nonostante i primi caldi maggesi.

Ed io sono qui per questo, tutti conoscono Mingardi artista della musica e scrittore, ma pochi sanno che è bravissimo nelle arti visive. Le sue composizioni sono ricche di contenuti e di materia. Ne vedo una in preparazione: con la corteccia di un pino il viso di un inconfondibile Gesù che ha per corona un pugno di vetri, ricordo di un incidente stradale dal quale Andrea è uscito incredibilmente incolume. Andrea è cordiale ed acuto: mi ascolta e poi parte, irrefrenabile, in una lunga chiacchierata.

Una bella canzone o un bel quadro, cosa ti emoziona di più?
"Anche se lavori tanto per arrivare alla fine di una canzone, la devi condensare in quattro minuti, è una condizione restrittiva di una sceneggiatura cinematografica e da lì nasce l'idea di governare l'immagine, di interpretarla e di essere registi della propria creatività e quindi mettere cose dentro a un quadro è come fare una canzone. Ho molto più pudore però quando espongo le mie opere rispetto a quando sul palcoscenico canto le mie canzoni"

Come mai?
"Il fattore animale nel cantare ti aiuta ad interpretare l'atmosfera in tempo reale ma i 'perché' di un quadro sono profondamente diversi da quelli che mi spingono a scrivere una canzone. Si dice in gergo che la musica vola e può essere di tutti, mentre il quadro resta di chi lo ha scelto"

Molti sostengono che chi dipinge o scolpisce lo fa per lasciare traccia di sé ed ha in sostanza paura di morire. Quale è la tua posizione?
"Da un'indagine fatta pare che anche gli idraulici abbiano paura di morire… e i loro rubinetti perdono comunque e raramente 'pareggiano'!"

Ok! Me la sono meritata! Però, dimmi di più.
"In questa regione emiliana la gente è immanente, epicurea, laica e ha delle famose 'convergenze parallele': ci sono dei bolscevichi che si sono sposati in chiesa e hanno chiamato il loro figlio Jiury Gagarin, in un coacervo di contraddizioni che convivono piacevolmente. La gente è legata mani e piedi a questa terra, quindi ha paura di morire perché si gode la vita! Avere la capacità dello slow food, di mettersi a tavola, di parlare, di toccarsi è un segnale di attaccamento alla vita"

È proprio vero. Parlami allora meglio dei tuoi quadri…
"Mi sono reso conto che in molte opere dell'ultimo periodo, raccogliendo i pezzi inutili di legno, di ferro, di plastica che trovo per terra, oppure dei bossoli o delle lattine bruciate come quelle che ho trovato a Pristina dopo un concerto, riassemblandole in un equilibrio mio, ridò dignità a cose che non servono più! Cose che la gente butta via, un po' come gli anziani! In fondo prendere dei vetri rotti, per farne un mosaico, significa dire all'osservatore che non bisogna eliminare tutto, nella folle corsa alla modernità assoluta che 'taglia fuori' un sacco di persone che non servono più, che non sono più produttive. Noi che ancora anziani non siamo, sentiamo questa frenesia, questo ricatto che riguarda il nostro ruolo, come se qualcuno volesse prendere il nostro posto, oppure come se dovessimo lottare in modo rigido e radicale per sopravvivere… C'è molta gente che sente l'ansia di questa velocità che ci è richiesta, che il 'progresso' pretende, ma che spesso si traduce in frustrazione e in fretta fine a se stessa"

Come si esce da queste costrizioni?
"Mi ha aiutato molto il Jazz, che sta alla musica come la pittura sta alla fotografia senz'anima. Il Jazz ha cioè un tema: l'amore, la felicità, i grandi sogni.. .Tutti i cantanti del mondo cantano le stesse storie: la fratellanza, tu mi hai lasciato..., il Jazz prende il tema e improvvisa, abitua il creativo musicista ad inventare in tempo reale un rapporto tra il pensato e l'eseguito, con qualsiasi strumento, anche con la voce: "scin-scie-daba-da-ba-lu-i-diba-da-ba-due"... improvvisi, è come se fosse un discorso"

E allora questa voglia di trovare delle soluzioni diverse ti porta ad improvvisare quadri e sculture…
"Esatto, ma con estrema libertà, senza pensare se altri hanno già sviluppato le mie stesse creazioni, vivo in questa mia ignoranza presumendo di essere originale. In questo caso l'ignoranza aiuta, non posso sapere se nel Nebraska c'è una corrente di 'rottamai' che pittura o scolpisce come me!"

Vale anche per la musica la stessa libertà?
"È tutto più difficile. La 'volatilità' della canzone fa sì che, se anche tu non vuoi, prima o dopo senti una cosa che è prima in classifica in Lapponia e che ricorda quella cosa là, e che i Beatles e i Rolling Stones, e Lanny Kravitz, e coso… e tu sei in un paesaggio pieno di input che ti portano a pensare "ma questa cosa l'ho sentita…ma non somiglia a…". La pittura invece mi permette di prendere un cartone, di attaccarci un pezzo di albero e di considerare l'opera unica"

L'intelligenza e la creatività vanno avanti insieme o possono essere indipendenti?
"Nella scienza ed anche nella fantascienza serve creatività e il limite se c'è, è nel pensiero. Se l'intelligenza e la creatività vanno avanti insieme si arriva in un luogo chiamato filosofia, nel motore cioè del pensiero del mondo"

Andrea, pensa che ti conoscevo come cantante goliardico che diverte il pubblico e anche come scrittore spiritoso ed invece mi sciorini temi profondi…
"Quello che dite è grande. Nel momento in cui l'uomo ha paura di morire o di tutti i 'perché' irrisolti della propria esistenza, o va avanti così 24 ore su 24 (e lo trovano poi impiccato attaccato da qualche parte) o se no, alleggerisce con delle 'goliardate'. Allora la gente le prende come un analgesico, si diverte e con loro mi diverto anch'io!".

In ultimo, Andrea, parliamo di questioni economiche. Cosa comporta gestire la tua poliedrica attività?
"Segretarie, staff, eccetera. Chi mi segue sarà anche un po' disorientato, nella mia carriera così lunga: Festival di San Remo, Festival del Jazz, Festival Blues, libri, dischi strani, altri impegnati, ho fatto tre volte il Premio Tenco, pittura, scultura ..; sotto il profilo commerciale divento probabilmente inafferrabile, senza definizione-prodotto; questo però mi aiuta a prolungare la carriera, a vivere bene, a mantenere la gioia di fare questo mestiere. Un creativo comunque fa sempre la stessa cosa: cerca in qualsiasi disciplina in cui lui si applichi di tentare di capire perché (cazzo) è al mondo. Se poi, per tutta la vita, canti 'piange il telefono, si lamenta il grammofono, è morto il televisore…' diventa uno strazio tremendo!".

Per carità, hai ragione! Dimmi ora della tua famiglia.
"Beba vive con me insieme a Francesca e Marianna, le mie figlie di 27 e 20 anni, entrambe universitarie. Ho uno splendido rapporto con loro e con le donne in generale. La simpatia, la fantasia, la creatività che hanno è straordinaria".

Un'ultima domanda Andrea: chi ti ha scoperto cantante?
"Mi hanno ripetuto per vent'anni che non potevo cantare perché non avevo la voce 'adatta'; la mia era sgangherata, era blues. Poi sono nati cantanti che facevano cose vecchie per me, da Joe Cocker a Zucchero e ora ci sono critici che mi indicano come il padre dei cantanti blues italiani. Mi sono messo a studiare, ho aumentato l'estensione e adesso ho otto note più di Pavarotti! Parto dal baritono (che confina con il basso) fino alle note da tenore…".

…L'intervista procede secondo il motto di Andrea Mingardi: "Sediamoci, fermiamoci e parliamone." C'è un'atmosfera particolare e una nuova convinzione, anzi, un'assoluta certezza: è un vero personaggio, un artista e un filosofo della vita. Da oggi lo ascolteremo in modo diverso e lo cercheremo nelle gallerie d'arte.

 
     
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