Beneficenza d'Autore
 
L'artista del mese | Fulvio Ticciati
di Sergio Frascari

Il nostro girovagare negli ateliers di diversi artisti ci ha portato, questa volta, sulla costa degli etruschi, in toscana. Fulvio Ticciati, che incontriamo oggi, l'ho conosciuto alla vernice di una sua mostra a Populonia.

Anzi, Fulvio, credo che fosse la tua prima mostra in assoluto, vero?
"Sì, in effetti era la prima volta che affrontavo gli onori e gli oneri di una pubblica esposizione. Quante notti insonni! Per uno con il mio carattere realizzare una mostra era terrorizzante. Un conto era stato, nei quindici anni precedenti, mostrare il mio lavoro al giudizio di amici e parenti, un conto era presentarsi al Pubblico con la P maiuscola. Fui stimolato a compiere il passo da alcuni amici che insistevano perché, dicevano, la galleria avrebbe ucciso l'hobbista e fatto nascere definitivamente lo scultore. Io temevo che avrebbe massacrato tutti e due, ed avevo una gran paura. Non mi sentivo pronto, all'altezza. Sono un autodidatta e, come molti altri nelle mie condizioni, spesso devo pagare un biglietto doppio per compiere il viaggio creativo dell'arte".

Hai detto che quella prima mostra racchiudeva il risultato di quindici anni di lavoro. Come nasce per te questo percorso? E come si concilia con la tua vita professionale e familiare (di cui spero vorrai parlarci un pò)?
"Questo viaggio l'ho iniziato senz'altro...camminando sulle mani. Sono nato nel 1942, in piena guerra, in una famiglia contadina, ultimo di cinque figli. Nel 43 morì uno dei fratelli più grandi, ventenne.
Il grave lutto dei miei genitori, che erano già avanti con gli anni, sommato ai traumi della guerra, ha lasciato in me segni profondi. Maturai un'indole solitaria, la tendenza a vivere in mondi fantastici. Ma tempo per fantasticare allora non ce n'era granché. I bambini dovevano fare la loro parte, e le mani diventavano strumenti di lavoro a volte brutale, dissennato. Finite le scuole elementari partecipai come un adulto alla vita della campagna e in soli quattro anni il mio carattere introverso e la mole del lavoro, non supportato allora, da alcuna meccanizzazione, mi precipitò in una sorta di avvilente analfabetismo. Le mie mani smisero di essere pala e piccone quando fui avviato, quattordicenne, ad una scuola professionale, la prima vera opportunità di vita. Mi diplomai con il massimo dei voti, e questo mi valse l'assunzione come tecnico presso l'università di Pisa, alla facoltà di agraria. Sette anni splendidi".


E poi?
"Il forte richiamo degli affetti familiari e della magia dei miei luoghi natali, chiusi nell'abbraccio delle albe dietro alle colline sanvincenzine e dei tramonti fiammeggianti dietro alla corsica e alla capraia, mi fecero tornare verso la Valle del Cornia. Il resto della mia vita professionale, sempre basata sull'impiego delle mani, l'ho trascorso come assistente di laboratorio in una scuola professionale. Raccontandola così, con quel minimo di distacco che si deve avere, è un pò come vedere un fiume, che è già fiume fin dalla sorgente, solo che non lo sa. Accoglie gli affluenti, e commina e cresce. Sente le piene, e continua a camminare , del tutto inconsapevole di sé. Solo l'incontro con il mare gli farà capire di essere un fiume”.

Perbacco, Fulvio, proprio un'esposizione fluviale... Del resto se anagrammi il tuo nome ottieni proprio fluvio… Continua comunque, perché penso sia il momento di parlare degli affluenti.
"Certo. Gli affluenti. Sono loro che danno forza al fiume e, nei casi più belli, gli danno coscienza di se stesso. Continuo a pensare che, a parte i miei figli, Simone e Sara, e tutti gli affetti familiari, siano state le mie mani a trascinare nella mia vita altre cose, altri segni. Dal libro d'arte afferrato in una libreria senza il benché minimo motivo, solo... così, con un balzo della mano, al bonsai di olivastro raccolto in una pietraia e divenuto parte di un'ampia collezione di essenze autoctone che mi hanno consentito di scoprire un altro modo di coltivare e far riprodurre vegetali. e mie mani hanno costruito la casa dove viviamo, hanno piantato e curato per trent'anni la pineta che dà ombra al mio laboratorio".

Hai costruito anche un locale…
"Sì. Sul finire degli anni sessanta, con le mani, la fantasia e quasi niente quattrini, insieme ad un gruppo di amici, costruimmo un locale che costituì una sfida vincente nel settore allora inesplorato dei locali da divertimento. E credo che siano state le mani a portarmi dentro e fuori dall'esperienza della politica amministrativa, dentro perché credevano di poter fare e fuori quando pensarono di non poter fare di più".

La centralità delle mani , e quindi del tatto, ti ha influenzato anche nella scelta dei materiali che impieghi?
"Non sempre. Senz'altro l'accarezzare legni raccolti su una spiaggia o ciottoli di un torrente, guardarli senza usare gli occhi ma seguendone i profili con le mani mi ha aperto una finestra su un'altra dimensione delle cose. Dal cercare significati nascosti nelle cose della natura a cercare di tirar fuori una forma che io già vedevo in un tronco o in una pietra il passo è insieme breve e tremendamente lungo".

È il passo che ti ha preso quindici anni per compierlo?
"Già, c'è voluto un bel po'. Quindici anni per scoprire che non ci sono punti di approdo definitivi, che non ci sono certezze. Il misterioso scaturire del processo artistico rimane per me qualcosa di cui non parlare. È un tabù di cui ho un sacro terrore. Forse non voglio capirlo, forse non devo, se voglio continuare a balbettare (perché PARLARE è per i grandi) il linguaggio universale dell'arte. È in questa universalità che risiede il piacere più grande che l'arte può dare a tutti noi: la condivisione di mondi interiori che vanno al di là della parola, che possono essere di tutti. Sono felice di donare quest'opera per un progetto che fa della condivisione dei problemi degli altri il suo punto centrale.
Sarà un ulteriore dono che ricevo dalla scultura, che già fino ad oggi mi ha consentito di incontrare e vedere persone e luoghi che altrimenti non avrei mai sfiorato. Partecipare a questa gara di solidarietà darà un nuovo, ulteriore piacere al mio lavoro".

Chiudo la porta dell' atelier di Fulvio Ticciati, ricavato in una polveriera dismessa presente nella sua tenuta. Lui resta dentro, a danzare con la sgorbia su un complicato pezzo dallo sviluppo tutto verticale. Io mi concedo due passi nella pineta, che digrada dolcemente a est. Il bosco che circonda la sommità della collina si sta accendendo dei colori di uno spettacolare tramonto invernale. I miei passi attutiti dagli aghi di pino quasi non fanno rumore, e per un bel tratto ci accompagna il rumore del mazzuolo. Tic tic tac...tac...l'alfabeto morse sviluppato dal cuore di un uomo che ha dimostrato di non saper usare solo le mani.

 
     
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